C'è un tizio su Twitter che ha documentato punto per punto gli ultimi 14 mesi della sua vita. Prodotto bello, ingegneria seria, grafico dell'andamento mensile aggiornato ogni settimana. Il risultato? 312 dollari al mese. Con un'emoji razzo a indicare che si tratta di «progresso».
Adesso: 312 dollari non sono zero. Ma sono anche, se ci pensi un attimo, meno di quanto guadagna un liceale che porta pizza il sabato sera. Quattordici mesi. Rocket emoji. (Noi in redazione abbiamo riletto questa cosa tre volte, sperando di aver capito male.)
Il tema qui non è il prodotto, che per quello che si può capire è genuinamente ben fatto. Il tema è costruire in pubblico — il building in public, per usare il termine originale — e il fatto che nel 2026 questa pratica è diventata una delle forme di procrastinazione più costose e socialmente accettate che esistano.
Costruire in pubblico significa condividere in tempo reale il processo di creazione di un prodotto o servizio: aggiornamenti settimanali, grafici, fallimenti raccontati con autoconsapevolezza, piccole vittorie celebrate con la community. Sulla carta sembra trasparenza. Nella pratica, per molti, è diventato un sostituto del vendere.
Il meccanismo psicologico che nessuno nomina
Prima di parlare di casi concreti, vale la pena capire perché costruire in pubblico è così difficile da abbandonare anche quando non funziona. Il motivo è semplice e scomodo: ti dà una dose di validazione che imita il successo.
Ogni aggiornamento che pubblichi genera like, risposte, qualcuno che dice «ottimo lavoro, continua così». Questa validazione sembra un segnale che stai andando nella direzione giusta. Ma non lo è, necessariamente. È un segnale che stai intrattenendo un pubblico — che è una cosa diversa dall'avere clienti paganti.
Puoi avere diecimila follower che seguono ogni tuo aggiornamento e zero abbonati al tuo prodotto. E se ogni settimana quel numero cresce un po' — diciamo da 8.000 a 8.400 — ti sembra di avere una tendenza positiva, quando in realtà stai ottimizzando la metrica sbagliata. Il problema non è la visibilità. Il problema è scambiare la visibilità con il valore.
C'è anche un meccanismo più sottile: costruire in pubblico ti dà una struttura narrativa al tuo progetto. Ogni settimana c'è un «episodio» da raccontare — un ostacolo superato, un dato condiviso, una decisione difficile spiegata. Questa struttura narrativa può essere utile per mantenere la disciplina. Ma può anche diventare il fine invece del mezzo. A quel punto non stai costruendo un prodotto che documenti: stai costruendo una documentazione che ha un prodotto come pretesto.
Tre segnali che sei finito in questa trappola: passi più tempo a scrivere l'aggiornamento settimanale che a parlare con potenziali clienti; misuri il tuo progresso in follower e interazioni prima che in ricavi; senti un senso di obbligo verso il tuo pubblico che influenza le decisioni di prodotto. (Se hai annuito a tutti e tre, beh. Ci siamo capiti.)
Perché il "costruire in pubblico" è diventato così popolare?
Il concetto nasce da un'idea legittima: mostrare il processo crea fiducia, attira un pubblico interessato, e può generare i primi clienti ancora prima del lancio. Alcuni fondatori di startup — soprattutto nell'ecosistema anglofono di prodotti digitali — lo hanno usato con risultati reali.
Il caso più citato è Pieter Levels, che ha costruito in pubblico ed è arrivato a oltre 3 milioni di dollari di ricavi annui con prodotti come Nomad List e Remote OK. Ma Levels è un outlier talmente estremo da essere inutile come benchmark — citarlo per dire che il metodo funziona è lo stesso errore cognitivo che fa il tizio con l'emoji razzo quando guarda i follower invece dei ricavi. Quello che conta, nel percorso di Levels, è una cosa sola: condivideva aggiornamenti mentre vendeva. Non condivideva aggiornamenti invece di vendere. È una distinzione sottile ed è esattamente la differenza tra uno strumento e una trappola.
Il racconto del processo è diventato un prodotto a sé. E il pubblico che si forma attorno a quel racconto non è necessariamente composto da potenziali clienti — è composto da altre persone che stanno costruendo in pubblico e guardano cosa fa il vicino. È un po' come aprire un ristorante e riempire i tavoli di altri ristoratori che prendono appunti sul menu. Bello come feedback loop. Pessimo come modello di business.
Il punto non è la visibilità in sé. È che molti prodotti tecnicamente validi restano marginali non perché siano brutti, ma perché il tempo dedicato alla documentazione pubblica è tempo sottratto alla distribuzione, alle vendite, al capire davvero cosa vogliono i clienti. Quattordici mesi di aggiornamenti settimanali precisi al centesimo, e la domanda «hai parlato con venti potenziali clienti questo mese?» probabilmente non ha mai avuto risposta.
Quando la trasparenza diventa un alibi
Il tizio con i 312 dollari al mese aveva quasi certamente migliaia di follower interessati alla sua storia. Probabilmente un tasso di interazione rispettabile. Probabilmente riceveva messaggi del tipo «grazie per la tua onestà» e «il tuo percorso mi ispira». Tutto reale. Tutto bello. E completamente disconnesso dalla domanda che conta: qualcuno vuole pagare per quello che hai costruito?
Costruire in pubblico funziona come canale commerciale solo se il tuo pubblico è fatto di persone con il problema che stai risolvendo. Se invece è fatto di altri costruttori, altri freelancer, altri solopreneur che seguono il tuo percorso per ispirazione — stai scrivendo una newsletter per colleghi. Non è sbagliato in assoluto: un pubblico di pari può portare a collaborazioni, consulenze, partnership. Ma non è la stessa cosa di avere clienti del prodotto, e confondere le due cose è il modo più elegante per non accorgersi che stai perdendo tempo.
Il segnale concreto che stai scivolando nell'alibi è questo: riesci a descrivere con precisione quanti follower hai guadagnato nell'ultimo mese, ma non riesci a dire quante conversazioni di vendita hai avuto. Se la risposta al secondo numero è «nessuna» o «qualcuna», il problema non è il prodotto.
Allora condividere serve o no?
Serve. E questa è la parte che cambia tutto.
La visibilità pubblica diventa uno strumento di vendita quando è costruita attorno al problema del cliente, non al processo del fondatore. Invece di documentare «cosa ho costruito questa settimana», documenta «quale problema ho capito meglio questa settimana parlando con clienti reali». Invece di condividere il grafico del tuo MRR — che interessa ad altri fondatori, non ai tuoi clienti — racconta un caso specifico di come il tuo prodotto ha risolto qualcosa di concreto per qualcuno di reale. Sono due ottimizzazioni diverse e spesso contrastanti: un post che descrive un problema preciso di un segmento preciso porta conversazioni commerciali; un post che racconta il tuo viaggio emotivo di fondatore porta like. Entrambi esistono, ma non sono intercambiabili.
E se sei all'inizio, considera che i primi clienti quasi mai arrivano dalla visibilità pubblica. Arrivano dal contatto diretto, dalla rete esistente, da conversazioni uno a uno. La visibilità pubblica scala quei risultati — non li sostituisce. Nel contesto del solopreneur moderno, la credibilità personale è spesso l'asset principale: il punto è non sprecarla su un pubblico che non può comprarti niente.
Il tizio con i 312 dollari e l'emoji razzo ha un prodotto che funziona. Ha quattordici mesi di disciplina documentata. Ha probabilmente imparato più di chiunque altro nel suo settore su come raccontare un percorso. Gli manca una cosa sola: qualcuno a cui vendere. Ed è l'unica cosa che nessun aggiornamento settimanale può sostituire.