Cos'è l'ottimismo del founder
Immagina di aprire un nuovo ristorante. Tutti i tuoi amici ti dicono che è rischioso, che il 70% dei ristoranti chiude entro tre anni. Tu rispondi: «Sì, ma il mio è diverso». Ecco, quello è l'ottimismo del founder in azione.
È la convinzione quasi irrazionale che la tua idea, il tuo prodotto, la tua azienda ce la farà anche quando le probabilità dicono di no. Non è solo fiducia in sé stessi: è un vero e proprio filtro mentale che distorce come vedi i dati, i rischi e i feedback.
Il termine viene dal mondo delle startup e della psicologia comportamentale. Daniel Kahneman, nel suo libro Thinking, Fast and Slow, lo chiama «errore di pianificazione»: tendiamo a stimare tempi e costi in modo troppo ottimistico, e a sottovalutare gli ostacoli.
Come funziona nella testa di un founder
Il meccanismo è semplice. Quando crei qualcosa di tuo, ci metti dentro tempo, soldi, identità. A quel punto il cervello inizia a fare una cosa strana: filtra le informazioni. Le notizie positive le amplifica, quelle negative le minimizza.
Un esempio pratico: Elon Musk ha dichiarato più volte che quando ha fondato Tesla credeva al 10% di probabilità di successo. Eppure è andato avanti. Senza quell'ottimismo distorto, Tesla probabilmente non esisterebbe. Ma è anche lo stesso meccanismo che ha portato migliaia di altri founder a perdere tutto ignorando segnali chiarissimi di fallimento.
È un'arma a doppio taglio: ti dà il coraggio di iniziare, ma può renderti cieco davanti alla realtà.
A cosa serve nella pratica
Capire questo bias ti aiuta in due modi opposti.
- Se sei tu il founder: sai che tendi a essere troppo ottimista, quindi puoi correggere. Strumenti come Notion AI o ChatGPT possono aiutarti a fare un'analisi critica del tuo piano aziendale, chiedendo esplicitamente «dimmi perché questa idea potrebbe fallire».
- Se lavori con un founder: sai che probabilmente le sue stime di tempi e ricavi sono gonfiate. Pianifica di conseguenza.
Molti investitori professionali usano proprio questo come filtro: cercano founder ottimisti (perché ci vogliono per resistere alle difficoltà), ma li valutano su quanto riescono a essere lucidi sui rischi reali.
Perché ti riguarda anche se non sei in una startup
Sei un freelance che apre la partita IVA? Un artigiano che lancia un e-commerce? Un consulente che stima i tempi di un progetto? Allora sei già un founder, anche se non ti chiami così.
L'ottimismo del founder ti porta a sottostimare quanto tempo ci vuole per trovare i primi clienti, a sopravvalutare quanto guadagnerai il primo anno, a ignorare i feedback negativi dei primi utenti.
La buona notizia: sapere che questo bias esiste è già metà della soluzione. Puoi usarlo come carburante per iniziare, ma tenerlo a bada con dati concreti e feedback onesti. Il trucco è essere ottimisti sul perché farcela, ma realistici sul come e sul quando.